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Intervista Conte: “Lavoriamo per evitare lockdown nazionale. Sul Natale…”

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Intervista Conte – Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei Ministri, ha rilasciato quest’oggi 11 novembre 2020 una intervista ai microfoni de La Stampa a cura di Massimo Giannini. Ecco le sue parole riportate dal sito del Governo:

Presidente Conte, la cabina di regia ha appena trasferito in zona arancione altre cinque regioni. La Campania è a rischio zona rossa. Che sta succedendo? La pandemia ci sta sfuggendo di mano?

«Il quadro epidemiologico si conferma molto preoccupante, non solo in Italia ma in tutta Europa. L’ultimo monitoraggio indica che la velocità di trasmissione del virus, l’ormai famoso indice Rt, su base nazionale non è cresciuta, è rimasta a 1,7. Vedremo nei prossimi giorni se l’impennata della curva epidemiologica si appiattirà. E quindi, se si inizieranno a vedere gli effetti delle misure dei vari Dpcm. Il livello di rischio dei territori rimane però elevato, tant’è che cinque nuove regioni sono diventate arancioni e la provincia di Bolzano è diventata rossa. Dobbiamo stringere i denti perché i servizi sanitari sono diffusamente sotto stress. Continueremo ad applicare il sistema di monitoraggio, che ci offre una base scientifica oggettiva e ci consente interventi mirati e circoscritti, secondo criteri di adeguatezza e proporzionalità».

Non giriamoci intorno, mi faccia capire subito una cosa: il 15 novembre avremo il lockdown nazionale?

«Glielo dico con chiarezza; stiamo lavorando proprio per evitare la chiusura dell’intero territorio nazionale. Monitoriamo costantemente l’andamento del contagio, la reattività e la capacità di risposta del nostro sistema sanitario, e soprattutto confidiamo di vedere a breve gli effetti delle misure restrittive già adottate. È una situazione in evoluzione che valutiamo con la massima attenzione».

Capisco che il lockdown avrebbe un costo economico altissimo, tanto più alla vigilia di Natale: potrebbero andare in fumo 110 miliardi di consumi e 25 miliardi di Pil. Si sente di dire agli italiani che le feste saranno salve?

«La salute dei cittadini è un bene primario da tutelare. Fra l’altro, l’esperienza della prima ondata in molti Paesi ci insegna che solo contrastando efficacemente il virus si può proteggere davvero l’economia. La nostra attenzione per il tessuto economico e produttivo è sempre stata forte e lo dimostra il modello che abbiamo adottato con l’ultimo Dpcm, perché teniamo conto delle differenze regionali nella diffusione del contagio evitando appunto di danneggiare le aree in cui non sono necessaire restrizioni eccessive. Il nostro obiettivo è un Natale dove non si mortifichino né i consumi né gli affetti, ma non possiamo immaginare feste e pranzi affollati».

Intervista Conte La Stampa 11 novembre 2020

Siamo al tredicesimo Dpcm, e i contagi continuano a crescere. Non sarebbe stato meglio decidere subito, un mese fa, il lockdown totale, per piegare immediatamente la curva, invece di aspettare e sprecare settimane preziose?

«Abbiamo dovuto attuare il lockdown nella prima fase, quando non disponevamo di un piano operativo e di un sistema di monitoraggio. Adesso però dobbiamo affrontare questa seconda ondata con misure graduate e circoscritte territorialmente. Le nostre misure sono sempre ispirate, ripeto, ai principi di massima precauzione, proporzionalità e adeguatezza, che mai ci hanno spinto a sottovalutare la gravita e l’imprevedibilità del contagio. Ma la nostra strategia è diversa, perché abbiamo adesso strumenti che ci consentono di operare differenziazioni territoriali. Imporre un lockdown totale un mese fa sarebbe stata una decisione irragionevole in base agli strumenti di cui disponiamo, incomprensibile per la popolazione, disastrosa per tutti».

Gli italiani sono stati esemplari nella prima ondata. In questa seconda invece emerge una certa insofferenza alle restrizioni. Basti pensare alle folle di Campo Santa Margherita a Venezia, Piazza Maggiore a Bologna, Porta Portese a Roma, mercato di Ballarò a Palermo. Lei come se lo spiega?

«Parliamoci chiaro: i cittadini meritano un plauso per l’abnegazione e il senso di responsabilità fin qui dimostrati, salvo rare eccezioni che naturalmente fanno notizia. È comprensibile che oggi vi siano maggiore disagio e sofferenza. Sappiamo i sacrifici che i cittadini stanno affrontando, sotto il profilo economico e quello strettamente personale. A loro dobbiamo chiedere un ulteriore sforzo: la situazione, in tutta Europa, è critica. Ognuno deve fare il suo. Ne usciamo solo con un impegno collettivo: lo Stato siamo tutti noi».

Io ho un’idea diversa. Nella prima ondata il governo decise subito: zona rossa in tutta Italia, divieti severi ma chiari e uguali per tutti. Scelta estrema, ma comprensibile. Stavolta è diverso: polemiche con le regioni, lockdown territoriali, penisola divisa in tre zone. Non è proprio questo caos politico a spingere gli italiani ad abbassare la guardia?

«Siamo consapevoli che tra i cittadini regnano incertezza e insicurezza sulla fase che stiamo attraversando. La comunità vive due tensioni opposte: la voglia di normalità e il bisogno di lavorare da un lato, la paura del contagio e del virus, dall’altro. Ecco perché ascoltiamo con attenzione tutte le voci che si levano nel Paese e siamo impegnati per approntare la migliore risposta possibile, cercando al contempo di evitare restrizioni non strettamente necessarie e di non imporre, come ho già spiegato, freni eccessivi alle attività economiche compatibilmente con l’andamento dei contagi».

Presidente, non lo neghi: questa estate, su tamponi e terapie intensive, medici di base e trasporti pubblici, abbiamo buttato via tre mesi. Lei in una lettera a Repubblica ha risposto che non ha fatto neanche le vacanze. Non le pare una giustificazione insufficiente?

«La sfido a dimostrare che questo Governo abbia buttato via tre mesi o, come si è detto, che è stato in vacanza questa estate. Io non mi giustifico, semplicemente respingo l’accusa che questo governo abbia passato un’estate da cicala: abbiamo raddoppiato i letti di terapia intensiva rispetto alla passata primavera, abbiamo immesso nei servizi sanitari oltre 36mila tra medici e infermieri, abbiamo decuplicato la capacità di effettuare tamponi, arrivando a picchi di 230mila in un giorno contro i 25mila di inizio emergenza». 

Ma non è bastato…

«Naturalmente dobbiamo fare di più. Ma evitiamo ricostruzioni fuorvianti, o paragoni con Paesi caratterizzati da rigorosi sistemi di controllo sociale. In Italia vige uno Stato di diritto che tutela le libertà fondamentali di ognuno e che non consente allo Stato di invadere arbitrariamente la sfera personale dei cittadini».

Resta un fatto: tra governo nazionale, governatori regionali e sindaci lo scaricabarile è insopportabile. Non è ora di mettere mano al più presto alla riforma del Titolo V e a riportare la sanità sotto il controllo del governo?

«Premesso che il progetto di autonomia va portato a compimento, completando il processo di decentramento amministrativo, diverso è il tema della possibile introduzione di una clausola di supremazia in caso di emergenza. Comunque è in Parlamento che si può avviare un confronto su come modificare il Titolo V, eventualmente intervenendo anche sull’assetto delle competenze legislative di Stato e Regioni».

In Calabria la tragedia degenera in farsa. Prima c’era Cotticelli, un commissario che non sapeva di dover gestire l’emergenza. Poi l’avete sostituito con Zuccatelli che parla come un “no mask”. Ora c’è addirittura un’ipotesi Gino Strada. Mi spiega cosa state combinando?

«Senta, le dico subito che è stato giusto intervenire per cambiare il vertice della struttura commissariale. Il nuovo responsabile ha un curriculum di indiscutibile valore, anche se sull’utilizzo delle mascherine ha fatto dichiarazioni assolutamente inaccettabili, di cui si è scusato. Stiamo seguendo con la massima attenzione le criticità della sanità calabrese, ancor più in questa difficile fase della pandemia e ci riserviamo ogni valutazione e soprattutto ogni intervento che valga a rafforzare la squadra commissariale e a potenziare servizi sanitari calabresi».

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