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Intervista Giletti: “Dolore mi ha reso forte, non mi vergogno più di piangere”

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Intervista Giletti – Le dichiarazioni del noto conduttore Massimo Giletti in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. Le ultime notizie dal mondo e dall’Italia aggiornate in tempo reale 24 ore su 24.

Nella sua solitudine, ha amici veri?
«Sì, due. Giancarlo, compagno di liceo, vive a Londra; e Marco, magistrato a Torino. Loro mi vogliono bene solo come Massimo».

Cominciamo dal fondo, dalla solitudine che sta vivendo Massimo Giletti. Non solo perché vive sotto scorta, non solo perché la sua vita è cambiata, ma anche perché attorno a lui si è fatto il vuoto. Ma lui, non si ferma. E continua incessantemente — come dice lui — «a fare domande per avere risposte». È questo il senso dello speciale sulla mafia, Abbattiamoli, su La7, giovedì 10 giugno 2021 in prima serata. Giletti è andato in Sicilia, a girare per le strade, nei luoghi importanti. E come “set” simbolico ha scelto il Cretto di Gibellina, un’opera realizzata dall’artista Alberto Burri tra il 1984 e il 1989, nel luogo in cui sorgeva la città vecchia di Gibellina completamente distrutta nel 1968 dal terremoto del Belice.

Perché «Abbattiamoli»? E perché al Cretto?
«È un racconto dove torno alle origini, un cronista che gira per strada. Lo studio è la Sicilia e io articolo una narrazione partendo dal Cretto che ha coperto la città terremotata di Gibellina, è un labirinto fatto di strade originali. Il terremoto può distruggere tutto, ma non la verità. Parto da lì simbolicamente perché ogni strada può sembrare quella giusta, ma invece non è vera. E bisogna cercare».

Che strade ha girato?
«Quelle vicine a Corleone dove è stato arrestato Provenzano; poi via Bernini 52 nel cuore di Palermo dove ha vissuto per anni Riina (latitante) con la sua famiglia fino al giorno in cui venne catturato da Ultimo. Dopo tanto viaggiare torno al Cretto e rifletto sullo “scellerato patto” fra Cosa Nostra e lo Stato: continua ancora oggi, grazie a Matteo Messina Denaro, il boss condannato per le stragi di Capaci, via d’Amelio e le bombe del ‘93 e che da allora è divenuto invisibile. Un vero Stato ha il dovere di dare delle risposte, lo deve a chi è caduto contro la mafia e lo deve a chi crede che questo Paese possa essere diverso».

Ha speranze o è disincantato?
«La nostra è una democrazia che vacilla. E noi giornalisti siamo cani da guardia, ma se continuiamo a essere passivi, crederanno che siamo assenti. Io sono un visionario e credo ancora in questo lavoro».

Massimo Giletti ha 59 anni. Ne aveva 26 quando ha cominciato la sua professione di giornalista a Mixer . Un percorso variegato, lungo più di 30 anni. Minoli quando lo scoprì lo definì «il miglior giovane cronista di strada». Aveva stoffa. Aspettava anche 12 ore sotto casa di Andreotti. Poi fu il tempo dell’ infoteinment , un po’ di attrazione per la leggerezza, per lo show. Ma l’anima è rimasta quella del giornalista. Arriva L’Arena su Rai1: il boom, il successo. Mixa con sapienza politica, attualità, cronaca, spettacolo. Porta argomenti seri nel pranzo della domenica. E il dessert spesso sono argomenti spinosi. Discussioni molto vivaci. Lui intervista, fa inchieste. Comincia a diventare scomodo. Gli ultimi anni sono faticosi, perché ogni puntata Max, come lo chiamano gli amici, deve combattere contro qualcuno che non gradisce. 

Nel 2017 la Rai chiude L’Arena . Per Giletti è un colpo fortissimo (che ancora non ha metabolizzato). Il giornalista si porta dentro rabbia, frustrazione. Perché chiudere un programma che fa tanti ascolti? Passa a La7 e ripropone il suo programma di successo: Non è l’Arena, la domenica sera. E non c’è più spazio per l’alleggerimento. Mafia, n’drangheta, malavita, malapolitica, malasanità, prepotenti, ingiustizie: Giletti mette in scena tutto questo. E arrivano le minacce per aver toccato intoccabili. Fino alla scorta.

Giletti lei ha passato gli ultimi anni dedicando grande attenzione alla Sicilia.
«Io, piemontese doc, in realtà ho un po’ di sangue siciliano in alcuni avi molto lontani. La verità è che trovo la Sicilia di una bellezza infinita e cerco di stimolare la reazione culturale delle persone. Non credo che la mafia si sconfigga solo con la magistratura, la polizia, le azioni distruttive. La mafia si batte cambiando il modo di pensare dei ragazzi. Ci vogliono insegnanti, non pistole o armi».

Ha combattuto con fervida passione in questi anni contro le ingiustizie, i privilegi, le storture della giustizia. E ha pagato un prezzo alto. Lo rifarebbe?
«Certo, ho portato avanti e continuo a portare avanti battaglie in cui credo. Ho lottato fermamente contro la scarcerazione dei boss mafiosi. Ho messo a nudo le incapacità della giustizia, sotto il periodo del ministro Bonafede. E ho mostrato che “il re è nudo” e questo ha impedito a molti boss di essere scarcerati. Sono orgoglioso».

Esprime spesso il sentimento della solitudine, accompagnato anche da amarezza e rabbia. Perché?
«Perché vivo sotto scorta e sono stato lasciato solo da tanti colleghi. Se questa battaglia contro i boss, nel periodo del Covid, l’avessimo fatta in tanti, non sarei entrato nel mirino di Cosa nostra».

Qualche nome?
«Non mi va di rispondere. Ciascuno risponde alla propria coscienza, queste amarezze ti aiutano a crescere. Io ho martellato l’ex ministro Bonafede e non ho mai avuto risposte».

Lei dice che nessuno ha combattuto per lei. Perché secondo lei?
«Non lo so. Io sono anarchico, scomodo, non frequento salotti, non mi frega di piacere a tutti, non appartengo a nessuno. Battersi contro i poteri forti, mafia e massoneria non è una cosa facile, ti fa entrare sotto bersaglio, è automatico».

Quando ha capito di essere in pericolo?
«Il giorno in cui ho letto le minacce dei boss in carcere nei miei confronti. Ho capito che ero entrato in un vortice. Come se avessi perso coscienza della realtà. E ho cambiato vita. Ma il problema non è (solo) mio: l’Italia si deve chiedere perché chi indaga finisce sotto scorta».

Mi fa qualche esempio dei cambiamenti nella sua vita quotidiana?
«Io vivevo nella libertà del motorino, oggi non posso più farlo. Ora trovo la scorta che mi ricorda il pericolo che vivo ogni giorno. Io cerco di non pensarci, ma è lì nella sua evidenza quotidiana. Non posso incontrare amici come e quando voglio. Non sono più quello di una volta».

Che rapporto ha con la scorta?
«Entra a far parte della tua vita, affidi a loro la tua vita. Ma il punto è un altro: che Paese è questo per cui chi si occupa di mafia ha la sua vita stravolta?».

Qualcuno delle istituzioni le ha risposto?
«Il comandante generale dell’Arma e il ministro Lamorgese».

È convinto di essere condannato alla solitudine come dice sempre?
«Per non abdicare alla mia dignità ho dovuto lasciare la Rai. Ricordo che quando lasciai viale Mazzini, il procuratore di Caltanisetta, Lari, che fece indagini sulle stragi, dichiarò in un’Ansa: “Credo che Giletti paghi il fatto che si occupa di mafia alle 14 sulla prima rete della tv pubblica”. Quella dichiarazione me la sono tenuta per ricordo, ma non avevo dato il giusto peso. Oggi ho le chiavi di lettura, che allora non avevo. Allora pensavo di dar fastidio per i vitalizi, le corruzioni, ma forse aveva ragione lui…».

Lei è sotto scorta per le minacce del boss Giuseppe Graviano. Nel mirino in particolare, c’è la puntata del 10 maggio scorso, dove lei lesse i nomi dei detenuti usciti di prigione. E delle minacce lei lo seppe a luglio dai giornali…
«L’ho saputo un mese e mezzo dopo quelle intercettazioni. A luglio mi chiamò il ministro Lamorgese, una telefonata delicata e personale, lunga, intensa e vera. Poi mi chiamò Bonafede, ma avrei preferito non riceverla: la trovai una chiamata non sincera».

Come ricorda quel momento esatto che cambiò la sua vita: da giovane uomo libero a uomo non libero e pieno di preoccupazioni
«Era agosto, ero in Sardegna. Venne una capitana dei carabinieri, Lucia, in motovedetta. Mi feci trovare alla banchina e mi spiegarono che da quel momento bisognava prendere una serie di precauzioni».

È pesante?
«Ci si abitua».

A La7 si sente libero?
«Molto. Le battaglie politiche che sto facendo qui non avrei mai potuto farle in Rai. Non ho mai avuto pressioni né dal direttore, né dall’editore. A La7 porto avanti la mia lotta alla sottocultura che amplifica la mafiosità. Certamente qualche delusione dai colleghi l’ho avuta».

Ma messaggi di solidarietà?
«Ho avuto anche tanta solidarietà, solidarietà trasversale. Da Rita Dalla Chiesa a Mario Giordano, e poi Nicola Porro, Piero Chiambretti, Paolo Del Debbio….».

Com’è cambiata la sua vita sentimentale? Lei è stato per anni lo scapolo d’oro e spesso le sono state attribuite storie con donne belle e importanti. Non sono mancati gossip, copertine sui giornali. Tutto finito? Addio allo “sciupafemmine” di una volta?
«Non parlo della mia vita privata. Diciamo che questa vicenda mi ha cambiato: sento la necessità di condividere le cose con una persona importante che tengo lontana dai riflettori. I momenti difficili ti fortificano, ti fanno crescere e ti fanno andare in una direzione diversa».

Girano voci di un suo ritorno in Rai. Alla luce di quanto detto sembra difficile. Poi a La7 il suo programma serale fa ascolti molto alti per la rete. Perché lasciare? Il suo cuore è rimasto in viale Mazzini?
«Chi fa numeri importanti è oggetto di attenzioni, ma io scelgo sempre con il cuore e non potrò mai dimenticare che il giorno in cui stavo seppellendo mio padre, nel gennaio 2020, mi son sentito abbracciare alle spalle: mi sono girato e c’era il mio editore, Urbano Cairo (presidente di La7 e Rcs, ndr). La sera prima era a Roma, ha fatto uno sforzo notevole per arrivare nel Biellese. Queste cose non si dimenticano».

Un anno duro il 2020 per lei.
«Molto: ho perso mio padre e la mia vita è cambiata per la mafia. Non mi vergogno di dire che spesso ho pianto. Ma se uno è vivo e non è arido, non si deve vergognare di piangere».

Ha paura della morte?
«Io sono cattolico e non ho paura, convivo con quel pensiero».

La sua mamma?
«Non è più tanto lucida, e forse è un bene che non veda tutto questo. Meglio che si tenga i ricordi di quando il mio lavoro per lei era soltanto gioia».

I suoi fratelli?
«Ci volevamo bene già prima, adesso ancora di più. Il nostro legame è ancora più forte. Anche perché portiamo avanti l’azienda tessile di famiglia. Quando lasciai la Rai entrai in una tempesta emotiva fortissima, come pure da un anno vivo in una forte tempesta. Ma credo fermamente che le persone si valutano nei momenti duri. La sofferenza è un arricchimento e da tutto ciò sono uscito migliore».

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Fonte: Corriere della Sera

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